Intervista con Luca Ferrari, Co-Founder di Bending Spoons

21 dicembre 2018  



 

 

 

 

 

 

 

 

 

I fondatori italiani di Bending Spoons​

Luca ha conseguito due lauree magistrali, entrambe con lode, come borsista T.I.M.E. (“Top Industrial Managers for Europe”, un programma di doppia laurea per i migliori studenti d’ingegneria), la prima in Ingegneria Elettronica all’Università degli Studi di Padova e la seconda in Ingegneria delle Telecomunicazioni alla Technical University di Copenhagen. Successivamente ha iniziato a lavorare per McKinsey & Company. Consulente dell'ufficio di Copenhagen ma spesso in trasferta tra Londra e Stoccolma, Luca ha seguito soprattutto clienti dei settori largo consumo e telecomunicazioni su tematiche di sviluppo e riorganizzazione tecnologica. Da sempre appassionato di imprenditoria, Luca ha lasciato McKinsey per fare impresa a tempo pieno con gli amici di sempre, sviluppando un’esperienza specifica in business strategy e recruiting. Luca è nato nel 1985.

Raccontaci brevemente il tuo percorso formativo e lavorativo e cosa ti ha portato alla decisione di co-fondare Bending Spoons.

Ho due Lauree Specialistiche in Ingegneria (Elettronica e delle Telecomunicazioni). Ho lavorato a McKinsey & Company nel Regno Unito e in Scandinavia e, nel frattempo, fondato Evertale, una startup tecnologica che non è andata bene, ma che mi ha permesso di imparare molto. Avendo sognato di fare l’imprenditore sin da quando ero bambino, non avrei potuto concepire di darmi per vinto e sono quindi ripartito subito dopo questo primo tentativo, co-fondando Bending Spoons.

Da dove deriva il nome che avete scelto di dare all’azienda?

Il nome è venuto in mente a un mio co-fondatore pensando al film Matrix e ci è piaciuto subito perché il concetto di piegare cucchiai col pensiero racchiude la nostra scelta di perseguire grandi obiettivi, anche se apparentemente sembrano impossibili, e perseverare con determinazione assoluta, fino al raggiungimento del risultato.

In un momento storico in cui molti giovani talenti decidono di emigrare all’estero, voi avete invece deciso di intraprendere il percorso contrario rientrando in Italia dopo un periodo a Copenaghen. Quali sono le ragioni alla base di questa scelta e quale credete possa essere il ruolo di Bending Spoons all’interno dell’ecosistema italiano?

Siamo tornati per due motivi. Innanzitutto pensavamo che nel nostro paese avremmo trovato molti giovani di talento e pieni di voglia di fare che sarebbero stati felici di unirsi al nostro progetto e farlo proprio, giovani che altrimenti sarebbero andati all’estero o finiti a fare un lavoro che non avrebbero amato. L’Italia è infatti un paese che oggi offre poche opportunità di lavoro interessanti, al contrario della Danimarca, dove avevamo fondato Bending Spoons. Secondo, volevamo e vogliamo contribuire a stimolare un rinascimento economico e culturale nel nostro paese, costruendo un'impresa tecnologica leader a livello mondiale che allo stesso tempo adotti una filosofia di business illuminata. Mentre i giovani di talento e voglia di fare li abbiamo trovati, c’è ancora tantissimo da fare per quanto riguarda avere un impatto positivo sul Paese. Ma questo lo sapevamo.

Ci dai qualche esempio di app creata da voi internamente e ci spieghi perché avete deciso di crearle?

Tutte le nostre app sono create da noi, dal design alla programmazione, dai contenuti al marketing. Quando identifichiamo un verticale promettente (per esempio, una tipologia di app che sta riscuotendo grande interesse e per la quale pensiamo di poter creare un prodotto vincente), realizziamo un'app ed, attraverso le nostre tecnologie proprietarie, lavoriamo sulle sue caratteristiche in modo tale che diventi una di quelle maggiormente apprezzate e conosciute dagli utenti nella sua categoria.

Attualmente il vostro portafoglio comprende 20 app in settori tra loro molto diversi. Perché avete deciso di optare per una strategia di diversificazione del portafoglio e quale vantaggio competitivo pensate possa portare?

Mentre a lungo termine è possibile che ci concentreremo su pochi prodotti (forse anche solo uno) con grandissimo potenziale, per ora riteniamo ottimale lavorare su un portfolio più ampio perché ci permette di crescere più velocemente nel medio periodo. I vantaggi competitivi di un portafoglio relativamente ampio e differenziato risiedono certamente nelle economie di scala che si instaurano. Sia le conoscenze che accumuliamo che le tecnologie che costruiamo lavorando su un’app tendono a essere utilizzabili anche per altre app. Quindi, siamo più efficienti nell'allocazione di talento e capitale: possiamo perseguire nuove opportunità in modo aggressivo e diminuire l’investimento, per esempio in pubblicità, laddove vediamo che la competizione si fa troppo intensa, con conseguente peggioramento della marginalità.

Naturalmente questo approccio ci ha permesso di maturare la capacità di individuare nuove opportunità e perseguirle rapidamente, cosa che tende a mancare in quelle imprese che sono completamente focalizzate su un unico prodotto.

La componente di Ricerca & Sviluppo è sicuramente molto importante per voi: ci sono degli ambiti su cui vi focalizzate particolarmente?

Investiamo tantissimo nell’innovazione tecnologica in praticamente tutte le nostre attività: direi che l’automazione delle mansioni ripetitive e il potenziamento delle nostre abilità attraverso strumenti tecnologici sono delle priorità strategiche fondamentali. Per esempio, negli ultimi mesi abbiamo investito su alcune tecnologie proprietarie legate al marketing delle app e che ci permettono di ottenere un maggior numero di installazioni organiche attraverso l’App Store e di efficientare la spesa in pubblicità a performance, e quindi acquisire più utenti e farlo a costi più bassi di quanto risulti possibile con gli strumenti disponibili sul mercato.

Ci sono dei settori o delle aree geografiche specifici dove vi piacerebbe investire in futuro?

Certamente contiamo di espanderci in alcuni nuovi verticali, ma nulla che possiamo rivelare, per il momento. Per quanto riguarda la penetrazione geografica di Bending Spoons, al momento stiamo facendo bene in tutto il mondo con l’eccezione di tre importanti mercati asiatici che stiamo ancora studiando: la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. Vogliamo fare grossi passi avanti anche là nei prossimi due anni.

Sei stato Super Coach per la categoria “Consumer Products” nel percorso di accelerazione B Heroes, voluto da Fabio Cannavale in collaborazione con Intesa Sanpaolo e altre aziende italiane. La tua partecipazione all’iniziativa che visione ti ha dato dell’ecosistema del Venture Capital italiano?

Sono stato a contatto con le startup e gli altri imprenditori coinvolti più di quanto lo sia stato con gli investitori, per cui non sento di avere una visione d’insieme pienamente formata. Ciò premesso, ho l’impressione che il paragone con altri paesi sia ancora impietoso: la voglia di investire c’è, ma, da un lato il numero e la qualità delle opportunità sono ancora mediocri, dall’altro gli investitori tendono spesso a imporre delle condizioni troppo sconvenienti agli imprenditori, senza capire che così abbattono le chance di successo delle imprese e di conseguenza le proprie chance di ottenere una buona redditività dai propri investimenti. Questo non è sempre vero e ho trovato diverse eccezioni: bravi imprenditori con bei progetti e investitori competenti e saggi.

Il ranking valutativo dei vostri utenti è molto alto. Secondo te, quali sono gli elementi che portano a una risposta così positiva da parte del mercato?

Premesso che le nostre app sono spesso fra le migliori in termini di user experience nelle rispettive categorie e che quindi credo meritino le ottime valutazioni che hanno, la media voto visibile sull’App Store non è sempre il miglior indicatore di qualità. Essa è infatti fortemente impattata da fattori di rilevanza quantomeno discutibile. Faccio un esempio: non è difficile per un’app completamente gratuita ottenere una media molto alta, anche se il prodotto in sé è molto mediocre. Un’altra app, magari di gran lunga migliore ma che costa anche solo pochi euro tenderà ad avere voti molto, molto più bassi. Noi esseri umani siamo propensi ad assegnare un valore enorme alla gratuità, anche quando l’alternativa, molto più soddisfacente sotto tutti i punti di vista, richiede di pagare cifre davvero minime, cifre che non esiteremmo ad aggiungere incrementalmente al prezzo di acquisto di un bene che già non è gratuito. In parole povere, fa molto più male pagare 1 euro invece di 0 euro di quanto non faccia pagare 2 euro invece di 1 euro. Questi bias cognitivi vanno a influenzare le valutazioni delle app in maniera spesso drastica e poco utile sia allo sviluppatore che agli utilizzatori futuri.

 

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